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Panico a Neddle Park


08.02.2010 - Teresa Brancia

Miei cari, cosa raccontarvi dell’ agghiacciante documento che è questo film?
 La pellicola vede un giovanissimo Al Pacino, nel suo primo ruolo da protagonista, ma già assolutamente convincente e coinvolgente. Panico a Needle Park usci nel 1971, in Italia fu vietato ai minorenni e in Inghilterra persino censurato. E direi non a torto. Guardarlo è stato un viaggio che mi ha lasciata senza fiato: è un film duro, diretto, non lascia spazio ad alcuna speranza, ma ha il pregio di mostrarci intimamente un mondo malato e triste dove pare che il desiderio di cose semplici non possa attecchire. È un film duro e crudo. Toglie il fiato per le immagini impietose. È una discesa all’inferno. È un grido di dolore.

La storia racconta un incontro sbagliato nel momento giusto, o forse di un incontro giusto nel momento sbagliato. Il regista, Jerry Schatzber, ci racconta l'interesse di un uomo verso una donna, che sboccia acerbo in un momento doloroso e di estrema fragilità, e che si trasforma, durante lo svolgersi della vicenda, in un legame fatto di profondissima condivisione, anche troppa. Il racconto, ambientato nell’Upper East Side a Manhattan, New York, Sherman Squame, o meglio detto Neddle Park, ovvero il parco della siringa. Carino come nomignolo, no? Da qui tutto parte e tutto finisce:   piccoli spacciatori, soldi, sballo a tutti i costi, tradimenti e amori fatti di attese. Un film significativo per gli anni in cui uscì. Guardatelo, perché siamo riusciti a vedere in Trainspotting nel 1996, pellicola alla quale oggi non sono più disponibile a riconoscergli una certa originalità. 

La storia di Panico a Neddle Park racconta un'epoca e il suo stile. Helen e Bobby si disfano lentamente, vivono per strada e l’artista che si cela in Helen muore lentamente soffocata dalla continua necessità di trovare i soldi per arrivare alla prossima botta.
E qui volevo arrivare. Ho spesso pensato che in alcuni casi di eccezionale sensibilità le droghe siano state per molti artisti il mezzo per librarsi leggeri, le chiavi delle porte a una diversa percezione: penso a Jim Morrison, ma poi mi viene in mente Cobain, e perché no, visto che ne parlano sin troppo in questi giorni, Morgan. non sarà forse che la creatività e il talento dei su mensionati è strabordante, e lo si può vivere male? Esiste si il talento, ma esistono anche le vite vissute da ognuno. In bianco e nero o a colori, la differenza è tutta lì. Non credo nel mito dell’artista derubato logoro e maledetto. La bellezza prima di tutto. Salverà il mondo avevo detto qualcuno. Speriamo.

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