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Un universo un po' Paz


18.02.2010 - Luigi Ferrara

L’opera di Andrea Pazienza è tanto debordante, varia e coerente, da costituire un universo vero e proprio. Ecco perché Renato De Maria non ha trovato, per così dire, una sceneggiatura bell’e pronta per il suo film, ma ha dovuto fare opera di selezione all’interno di un insieme più grande. Tre personaggi principali, tre storie frenetiche, violente, grottesche, tragiche allo stesso momento: ecco lo spietato Zanardi, personificazione del Male; Pentothal, alter ego di Pazienza, fallito fumettista schiacciato dal peso della vita; lo strafottente Fiabeschi, parassita di una ragazza innamorata e responsabile, schiavo di ogni tentazione. Diverse reazioni allo stesso misterioso stimolo, che è la giovinezza, che è la vita, diverse traiettorie prese da tre palline in un flipper.

De Maria è costretto a selezionare. Ciò deriva come corollario da un passaggio a monte: la necessità di interpretare. Il regista entra in contatto con gli ambienti bolognesi toccati da Pazienza fra gli anni settanta e ottanta, ne diviene ben presto amico, condivide con lui le esaltazioni e gli incubi di una generazione spinta da un vitalismo creativo e libero, ma che non riesce a capitalizzare, a lasciare nulla. Bologna fu il teatro di tutto questo, e i personaggi di Pazienza, protagonisti del film, si incontrano in una città piccola ma labirintica, non si riconoscono anche se sanno di essere legati da qualcosa di forte. Così De Maria dà la sua lettura dei fumetti dell’amico, ma non vuole nasconderlo: si percepisce chiaramente che stiamo “leggendo un film” o “guardando un fumetto”, lo si vede dalla forza caricaturale degli attori, dal loro recitato non realistico, dal loro rivolgersi direttamente in camera. Quasi a dire: “Mi ispiro ad un universo, ma non il vostro universo: nel mio, impera l’ironia”

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