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La maschera sul cuscino di Stanley


04.03.2010 - Luigi Ferrara

Cosa offre, al lettore odierno, Doppio sogno di Arthur Schnitzler? In genere, nulla che egli non sappia già: la vicenda della coppia viennese è decifrabile con facilità se si possiedono i rudimenti della psicoanalisi freudiana (l’autore dell’Interpretazione dei sogni era attratto e respinto ad un tempo da questo suo “doppio”), eppure… Eppure ancora oggi, a distanza di un secolo, non ci si libera facilmente dal fascino morboso in cui ci precipitano tipiche situazioni freudiane. Che sia perché, nonostante tutte le detrazioni, in quelle teorie c’è uno zoccolo duro di verità, o perché quelle teorie hanno avuto la forza di penetrazione del mito greco, fornendoci una lente attraverso cui interpretiamo (volenti o nolenti, con successo o meno) il mondo, lo si decida per proprio conto. Intanto quel fascino persiste.

 Kubrik si è concentrato sulla traduzione in immagini, luci, inquadrature di questa morbosità, di come il tradimento (subìto, creduto tale, commesso o desiderato) possa far vacillare i muri che abbiamo innalzato fra il sé e l’altro da sé, fra il sogno, l’ossessione e la realtà. La sceneggiatura, infatti, è un caso di fedeltà assoluta al testo letterario (ironia della sorte…). Ma quelle immagini devono essere maturate nella mente di Kubrik forgiate dalle ossessioni, dalle delusioni e dalle pulsioni di trent’anni di vita del Maestro: per tutto quel tempo, Doppio sogno è rimasto sul suo comodino, accanto al suo letto nuziale più volte sconvolto da divorzi. Come Bill/Fridolin trova la maschera sul cuscino, così Stanley doveva trovare quel piccolo libro illuminato dall’abat-jour quando la sua giornata era conclusa, e fu il sigillo sui suoi occhi al momento della morte. Quando guardate Eyes Wide Shut, il cinema e il racconto si confondono con la realtà più vera.

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