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La Terra di Mezzo di Tolkien al cinema


05.03.2010 - Giordana Guerriero

 Il cinema ha sempre rivolto un occhio molto interessato alla letteratura, traendo di frequente le sue storie da grandi opere letterarie, in una sorta di confronto e di omaggio ai fratelli stampati. Perché è nata la necessità di portare sul grande schermo ciò che già vive in eterno sulle pagine ornate di inchiostro? Probabilmente sorge dall’incontenibile esigenza di dare un volto ad ogni cosa, dalla volontà di descrivere con un altro linguaggio l’essenza impalpabile dell’immaginario. Un’altra domanda potrebbe essere perché, poiché ormai è universalmente riconosciuta l’impossibilità da parte di un film di riportare esattamente il contenuto e l’essenza di un romanzo, insistere ad azzoppare e ad adattare qualcosa che è nato perfetto e trasformarlo in una, spesso, deludente imitazione?

Un’opera come “Il Signore degli Anelli” si vorrebbe non finisse mai da quanto è coinvolgente e affascinante. Per quanto il fantasy fosse già all’epoca un genere riconosciuto, Tolkien ne ha riscritto il destino, consegnando al mondo uno dei romanzi più belli del XX secolo divenuto il simbolo per eccellenza della letteratura fantasy.

La trasposizione cinematografica, in tre episodi di tre ore l’uno, si è piegata alle esigenze di genere, ha stravolto molte situazioni, tagliato alla cieca parti del romanzo significative, in una parabola discendente che va dall’accettabile primo episodio al terzo che risulta essere mediocre per chi ha letto il libro. A favore del film si può solamente dire che le ricostruzioni sono eccellenti e alcuni personaggi sono stati resi bene.

Se oggi è diventato un luogo comune affermare che “il libro è meglio del film” significa che in questo il cinema ha fallito: un film non potrà mai sostituire la lettura del libro.

Leggere per credere. 

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