articolo

Marc Forster e “Il cacciatore di successi”.


06.03.2010 - Andrea Barboni

Hassan e Amir. Due facce della stessa medaglia, amici inseparabili, che rappresentano due condizioni sociali nella Kabul del 1978. Amir, è figlio di un ricco e facoltoso Pashtun, mentre Hassan, è un Hazara, e rappresenta quindi la classe sociale più bassa dell’Afghanistan. Hassan fa parte della servitù, nella grande casa di Amir, e i due coetanei diventano presto amici, accomunati dalla passione per le gare di aquiloni.
La storia si basa sulla ricerca di riscatto di Amir,ormai adulto, nei confronti dell’amico Hassan, sodomizzato e umiliato per colpa della sua vigliaccheria, in tenera età. Amir, ormai, è cresciuto ed è diventato un grande scrittore, ma sa di aver lasciato qualcosa nel suo paese, vive continuamente con laceranti sensi di colpa, e gli tornano in mente le immagini, indelebili, delle violenze e dei soprusi subiti da Hassan. La telefonata che gli cambia l’esistenza gli comunica che è arrivato il momento per “tornare ad essere buoni”, Amir deve tornare in patria per salvare Sohrab,figlio di Hassan, che in quel momento era in grave pericolo. Il suo viaggio si dimostrerà un ritorno alle origini,pieno di ostacoli, una incessante spinta verso la salvezza della propria anima, rimasta “macchiata” per troppi anni.

Il regista Marc Forster, nel portare sul grande schermo il romanzo di Khaled Hosseini, ha peccato un po’ di “occidentalismo”. L’errore più grande dello spettatore sarebbe quello di guardare il film, dopo aver letto il libro. Sicuramente le ambientazioni e la scelta dei personaggi sono molto azzeccate, ma ciò che lascia un po’ delusi è il coinvolgimento emotivo dello spettatore rispetto agli eventi.

Forse perché costretto a ridurre i dettagli nella stesura della sceneggiatura, il regista, ha perso di vista quella che era la vera essenza del romanzo, una denuncia verso il sistema Afghano, che, nel film, non passa in secondo piano, ma comunque è meno in evidenza rispetto alla caratterizzazione dei personaggi. Natura vuole che, la lettura, sia comunque più “emotiva” rispetto al film, quindi nulla ci permette di puntare il dito verso il regista americano, ma c’è da dire che la pellicola avrebbe potuto rendere molto di più, e fare di quello che è un bel romanzo, un grandissimo film.

Anche a livello politico la pellicola è stata fortemente osteggiata dai critici orientali, ma c’è da dire che, rispetto al romanzo, le situazioni sono trattate con i guanti di velluto, e anche le scene che nel romanzo avevano suscitato quasi ribrezzo, ora diventano radicalmente soft. Forse Forster ha preferito lanciarsi con la tavola da surf sull’onda di successi prodotta dal romanzo, ma forse sarebbe stato meglio “vivere” il romanzo e raccontare attraverso il film un' “esperienza di vita”.

articolo precedente| torna indietro | segnala articolo | permalink | social bookmark | versione stampa | sezione superiore | articolo successivo