08.03.2010 - Marco Boccia Ed eccoci pronti. Il secondo capitolo di questa incursione nel mondo del cinema e delle arti che lo influenzano, restandone, a volte, influenzate, ci porta ad analizzare forse il più controverso rapporto che sia mai vissuto e cioè quello tra cinema e letteratura. Tra le due forme artistiche, vi è un rapporto di prossimità inestricabile, questo perché a nostro avviso vi è un elemento che li rende molto simili: la narrazione. Leggendo un libro, ciascuno di noi costruisce un percorso filmico, nella propria mente ciascuno crea l'identità dei personaggi secondo la propria sensibilità, secondo il proprio stato d’animo. Durante la lettura, siamo noi a dar vita ai personaggi, senza di noi quei personaggi non esisterebbero con quelle caratteristiche, anche se la loro descrizione è minuziosa, ne immaginiamo gli atteggiamenti, ne assaporiamo le andature, costruiamo colori, suoni, odori. Guardando un film ispirato a un’opera letteraria, che magari ci ha appassionati, tutto questo lavoro di costruzione non ci spetta più, perché vi è qualcuno che lo ha fatto per noi, compiendo delle scelte, scegliendo dei punti di vista, delle angolazioni. Questo lavoro, fatto dal regista, spesso ci lascia ben poco da aggiungere. Se guardiamo un film tratto da un libro che abbiamo letto, possiamo restarne spiazzati, sentirci traditi, oppure, potremmo imbatterci negli ambienti e nelle circostanze che avevamo immaginato leggendo. Se ciò accade, ci troviamo testimoni di un fatto prodigioso che va a completare la percezione che avevamo avuto leggendo, questo grazie alla potenza delle immagini in movimento. Alla luce di ciò, è palese come il rischio del confronto sia sempre in agguato, portando spesso la lancetta del nostro senso critico a sbilanciarsi verso il sì o verso il no. Il nostro giudizio in merito ad una trasposizione dal romanzo è sempre, quindi, condizionata emotivamente da quanto quel libro ci sia rimasto dentro, da quanto ci abbia segnato. |
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