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Ripensare Caravaggio


18.03.2010 - Nicola Ronchi

Il 18 luglio 1610 a Porto Ercole muore Caravaggio. A quattrocento anni dalla sua morte Roma dedica, fino al 13 giugno, una mostra al pittore presso le Scuderie del Quirinale con ventiquattro opere, altra occasione di confronto per i critici.
Caravaggio da sempre è stato oggetto della critica, che lo ha dipinto come un uomo di carattere ombroso, blasfemo, senza morale, pronto alla rissa, a prendere le armi, a uccidere se necessario, insomma, ha costruito di lui l’immagine del genio sregolato. Negli ultimi decenni, poi, la critica ha raggiunto risultati notevoli versando fiumi di inchiostro sull’attribuzione e la datazione delle opere, se la sua pittura sia una rivoluzione o un’innovazione, i debiti contratti con l’arte contemporanea e antica, il naturalismo, tutte cose, queste, che riconsacrano il genio Caravaggio.
Ma, si sa, un artista è veramente genio quando con le sue opere rivela il suo animo.
 

Ripensare Caravaggio, dunque, lontano dalla critica, cercando di cogliere nelle sue opere l’animo del pittore chiedendosi, per esempio, perché nei “Suonatori di liuto” Caravaggio si ritrae nel ragazzo che interrompe la musica, simbolo di armonia. Avvertire che nell’ “Amore vincitore”, forse l’opera più sentita di Caravaggio, il dio alato esulta per l’ennesima vittoria ottenuta, quasi calpestando gli strumenti musicali ammucchiati alla rinfusa sul pavimento, specchio, questo disordine, di quel che avviene nell’animo di chi si innamora (Caravaggio?). Ancora si rimane meravigliati dalla (chiamiamola così) “poetica della luce” nella “Conversione di Saulo”, la sublimità raggiunta nelle due “Cena in Emmaus”, nei vari “San Giovanni”, nella “Annunciazione”, poi la tragicità di “Giuditta e Oloferne”, della “Cattura di Cristo”, della “Deposizione”. 

Nel crudo realismo dei volti, soprattutto di quelli che non sono i protagonisti delle opere, di chi è stato relegato a margine della vita e a chi lo accusava di non dipingere l’Azione e di essere blasfemo dipingendo Cristo, la Madonna e i santi con le fattezze di uomini comuni, si avverte la sua ferma convinzione che proprio gli ultimi devono essere ritratti e a loro è veramente destinato il messaggio evangelico, a quelli che, come lui, hanno toccato il fondo, perché solo chi ha sperimentato l’oscurità più tenebrosa può comprendere a pieno il valore della luce, della grazia, della Bellezza.
 

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