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Albertazzi incontra Dante e, ne nasce una grande serata.


19.03.2010 - Marco Boccia

Io sono un istrione, ma la genialità è nata insieme a me; nel teatro che vuoi, dove un altro cadrà io mi surclasserò.

Così cantava nel 1971 Aznavour, cantante e attore francese. I versi de L’istrione, questo il titolo della canzone, mi sono affiorati alla mente mentre Albertazzi iniziava a dipanare la matassa del suo ultimo spettacolo.
Certamente Aznavour quando scrisse questi versi non pensava ad Albertazzi, sono però, l’abito su misura cucito per lui. L’attore toscano sembra vivere nel teatro, per il teatro, sembra quasi impossibile pensarlo lontano dal palco, dalle sue tavole. 

Tutto lo spettacolo, Dante legge Albertazzi, è un continuo rimando a sensazioni altre, sedimentate, che appartengono al ricordo, ma sono proiettate nel futuro. Il grande attore affronta Dante e lo fa con la leggerezza del ricordo, ricostruendo un arco temporale che và dai suoi anni da liceale fino ai successi da attore. La bellezza di tutta la messa in scena risiede nella capacità di Albertazzi di riappropriarsi di quel poeta che gli ha insegnato l’amore e che glielo ha fatto scoprire, un sentimento pulito per la sua professoressa di italiano, del liceo, che lo ha iniziato all’amore vero, quello per l’arte. Albertazzi ricostruisce sensazioni, odori, semplicemente, trasportando lo spettatore in un’epoca lontana ma che, attraverso il racconto, diviene nostra, catapultandoci nei nostri ricordi di adolescenti, facendoci rivivere sensazioni assaporate e poi dimenticate.

Dante legge Albertazzi è il tentativo, riuscito, di riappropriarsi del divin poeta dandogli del tu, spogliandolo della stratificazione accademica per restituircelo umano. In circa novanta minuti l’artista si racconta attraverso Dante, trasformando lo spettacolo in una sorta di biografia umana e intellettuale, intensa, lancinante. L’amore è un demone che sa farci piangere e gioire che riesce a dare un perché alla nostra esistenza, senza, sembra dirci Albertazzi, non saremmo nulla.

 

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