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Z32


30.08.2008 - Dario Parascandolo

Un film sull'incolmabile divario fra una realtà spietata e la trasposizione in arte, su come un'opera non possa diventare azione politica e sul cinismo insito nel voler ricavare bellezza e arte dalle atrocità della vita.

Un documentario che rischia di scivolar via senza troppi dolori, nonostante il regista israeliano Avi Mograbi abbia sperimentato riusciti accorgimenti registici. Da sempre attento e sensibile alle violenze e agli orrori del conflitto israelo-palestinese, Mograbi registra a più riprese e in luoghi diversi il racconto di un ex militare delle forze speciali israeliane, colpevole di aver assassinato a bruciapelo due poliziotti palestinesi, rievocando tutti gli attimi salienti del massacro ed enfatizzandone i momenti di maggiore tensione psicologica. A far da contraltare al drammatico racconto, il regista “intona” le sue confessioni sulla musica eseguita da un'orchestra da camera all'interno del suo studio; confessioni di un artista alle prese con un'opera che va oltre il comune senso etico, mantenendo l'anonimato e nascondendo con trucchi digitali il volto di un soldato che ha compiuto un atroce crimine di guerra. Confessioni cantate su arie da musical in un spartano salotto d'appartamento. E siamo alla prima trovata registica. Inoltre, i volti del soldato e della fidanzata non sono mai mostrati, ma volutamente offuscati, lasciando però intravedere il muoversi nervoso delle pupille. Talvolta le reali sembianze sono “rivestite” da una “maschera” digitale, creando suggestivi effetti di sovrapposizione causati dalle mani del ragazzo che accendono nervosamente interminabili sigarette. Nonostante le buone intenzioni, il risultato finale risente di una certa lentezza nella progressione del racconto, complice la stucchevole interazione della coppia, da cui non traspare spontaneità. Sia nell'ammissione delle proprie colpe da parte del ragazzo, sia nel forzato perdono della fidanzata.

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