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Quel maledetto treno blindato e la primordiale iperviolenza


22.03.2010 - Michele Annese

Pochi giorni fa, il 19 marzo, si è festeggiata la festa del papà. Mi è sembrata una cosa carina quella di festeggiarla visionando quello che è da considerarsi il padre putativo del film “Inglorious Bastards”. Per chi non lo sapesse infatti il film che, a mio giudizio, ha ridato lustro al cinema Tarantiniano, lustro che si era un po’ perso nelle sue ultime opere, è “Quel maledetto treno blindato” di Enzo G. Castellari”, che però uscì nelle sale statunitensi col titolo di “Inglorious bastards”, appunto.

Il film del 1978, vedeva un cast non molto titolato, all’interno del quale i nomi più rilevanti sono quelli di Bo Svenson nel ruolo del sergente Yeager e che rivedremo in due piccoli camei sia in Kill Bill vol. 2 che, naturalmente, in Inglorious Bastards, di Ian Bannen nel ruolo del colonnello Buckner e infine lo sfortunatissimo Raimund Harmstorf, spesso visto al fianco di Bud Spencer, perennemente nel ruolo del cattivo. Nonostante questo il film non fosse partito come un film a basso budget, ma anzi le scene, sia iniziali che finali, fanno ricorso ad una serie di effetti speciali notevoli per i tempi e ad un ampio ricorso di mezzi militari e costumi. Forse la gestione poco oculata dei fondi deve aver generato una situazione economicamente insostenibile tanto è vero che per buona parte del film si vedranno morire i soldati per accoltellamento perché la produzione non poteva permettersi i proiettili.

Il film racconta la storia di un piccolo gruppo di soldati, fra assassini, ladri e disertori che sta per essere presentato al plotone di esecuzione, quando ha l’occasione di riscattarsi portando a termine una missione per il proprio esercito. Colpisce intanto un lieto fine un po’ amarognolo, perché il film sarà una vera e propria ecatombe che decimerà lo già sparuto gruppetto, ma soprattutto un ricorso estremo, sempre tenendo conto che siamo negli anni ’70, alla violenza. Certo per chi, nei nostri giorni, ha visto film come L’enigmista, è chiaro che quel tipo di brutalità non può far altro che sorridere, però con un po’ di cultura cinematografica alle spalle, si capisce perché questo film possa aver ispirato il regista italoamericano.

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e

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