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I fiori blu - Queneau si intrufola nell' ambivalente dilemma


08.04.2010 - Adele Giacoia

La vita è sogno intitolava una sua commedia Calderon de la Barca. La vita è sogno o sognare è vita?, direbbe oggi il televisivo Marzullo. È Chuang-Tzè che sogna di essere una farfalla o viceversa? Propone un antico apologo cinese.

Queneau si intrufola nell’ambivalente dilemma, indagando su altri temi fondamentali della storia dell’umanità. I fiori blu è stato tradotto da Calvino ed è difficile capire dove finisca il fanciullesco e impegnativo divertimento lessicale di Calvino e dove cominci l’ironico e destabilizzante gioco di Queneau. L’instancabile e dinamico duca d’Auge viaggia nel tempo (partendo dal 1264) ad intervalli regolari, fino ad incontrare Cidrolin, suo indolente e apatico alter-ego che vive (nel 1964) su un’immobile chiatta, chiamata significativamente l’Arca, per poi lasciarlo nel suo sonnacchioso mondo e ripartire verso ulteriori lidi ignoti.

Lo scambio della staffetta tra i due personaggi paralleli avviene quando uno si addormenta, cedendo il passo (sognandolo) all’altro. È Cidrolin a sognare il conte d’Auge o il contrario? In un clima fumoso e dai contorni indefiniti sembra di leggere un giallo, il cui vero colpevole non c’è o Q., da buon complice del suo libro, fa in modo di confonderne le tracce. I fiori blu, metafora del romanticismo, appaiono solo all’inizio e alla fine del romanzo, forse a contrastare, con poetica delicatezza, il disfacimento della Storia che si compie in esso, oppure a simboleggiare sia la via di accesso che di uscita dalla Storia.

Tante le citazioni letterarie, a volte anche celate. Rilevante chiave di lettura dell’intera opera mi pare la chiusura di una frase pronunciata da Cidrolin “stà attento con le storie inventate. Rivelano cosa c’è sotto. Tal quale come i sogni”.

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