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L'uomo dei sogni - Quando il cinema incontra l'onirico


07.04.2010 - Andrea Zanacchi

Si è ormai sedimentata nell’immaginario collettivo, l’idea che vuole il sogno come lingua di un io profondo che comunica attraverso segni e simboli. A questo proposito, l’arte trova nel sogno un baule delle sorprese in cui affondare le mani e trarre ispirazione, pensiamo a Chagall o all’opera del visionario Blake per giungere, infine, al sommo poeta ed al suo viaggio nell’aldilà. Ma cosa accade quando il mondo onirico incontra il cinema?

Nel cinema possiamo avere una semplificazione della comprensione di tale linguaggio grazie alla chiarezza dell’immagine parlante, che inserisce simboli e segni in un contesto ben preciso, delineandone ruoli e azioni, lasciandoli, altrimenti, alla loro funzione di puro corredo che necessita interpretazione; o possiamo avere un aggravarsi della situazione, in cui il fruitore, trovandosi al cospetto di un sogno in pellicola, potrà sentirsi destabilizzato, da salti temporali, luoghi immaginari, oggetti misteriosi, personaggi inseriti senza un motivo preciso. Ma il sogno può diventare parte integrante della realtà? Direi di si, e ciò che stupisce In un film come, L'uomo dei sogni è la semplicità nel far si che il sogno, materializzato nella forma di vecchie stelle del baseball , prenda vita e si integri in maniera del tutto naturale alla vita reale, niente bui in cui l'occhio della macchina da presa si smarrisce, o immagini sfuocate.

Nel film di Robinson il mondo onirico è motivo di riscatto per gli errori del passato, è una critica al reale e al materialismo. La realtà non è fatta semplicemente da ciò che possiamo vedere e toccare tutti, basta abbandonarsi per un istante, lasciare tutte quelle strutture che il codice di comportamento ci ha imposto e guardare con gli occhi di un bambino (vedi sequenza finale) finalmente si avrà la prova di un'altra realtà e a noi non resterà che pronunciare semplicemente quella frase magica: sogno o son desto?

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