08.04.2010 - Diana Milea Scriveva Nieztsche che l’arte nasce dall’unione di due elementi: un gran realismo e una grande irrealtà. Edward Hopper li possiede entrambi. Il realismo di una pittura su tela che mette in scena l’America anni ’20, popolata da oggetti comuni e luoghi familiari: distributori di benzina, caffè, drugstore, negozi con vetrine illuminate, uffici, stanze d’appartamento e camere d’albergo in cui compaiono una o due figure; ma anche lo straneamento prodotto dagli aspetti della vita e del paesaggio fissati in atmosfere immote e solitarie. Si susseguono, nei suoi quadri, locali senza avventori e teatri senza pubblico. E ancora interni d’albergo vuoti, dove una donna siede su un letto sola; stanze con viaggiatori malinconici, che si attardano nella partenza; bistrot in cui gli ultimi nottambuli consumano una bevanda amara. Ma non basta soffermarci su questa prospettiva prettamente intimista della sua arte. La pittura di Hopper è piuttosto un tentativo di rappresentare i fondamenti della natura e dell’uomo. Lo sguardo dell’artista vuole cogliere l’essenza, l’immutabile, ciò che non può non essere.
Grazie ad uno stile incentrato sull’essenzialità e sulla sintesi, ciò che appare chiaro ai nostri occhi è la malinconia di chi teme, nella vita e nell’essere stesso, un’assenza di significato. Quello di cui soffrono le figure dei suoi quadri è la mancanza di un senso da dare alla realtà. Gli alberghi e i binari ferroviari, così ricorrenti nelle sue opere, sono simboli di una condizione di straniamento e di esilio. “ Forse io non sono molto umano. Tutto quello che volevo fare era dipingere la luce del sole sul lato di una casa...” diceva lui stesso. Hopper non fu mai interessato alle avanguardie artistiche del suo tempo; i suoi dipinti certo mostrano un debito nei confronti dell' impressionismo, ma il tema della luce, centro dei suoi interessi, produce risultati assai distanti da quelli conseguiti dagli stessi impressionisti. Nei suoi quadri si viene a stabilire un’erchitettura delle forme costruita attraverso masse larghe e luminose, la composizione è talora geometrizzante, e segue il gioco delle luci, fredde, taglienti. Non scordiamoci che l’artista nasce come illustratore e si dedica anche all’incisione sfruttando le possibilità della tecnica ad acquaforte per affinare la sua espressione, atrraverso lo studio delle luci e delle ombre, e per l’accentuazione del disegno, che si rivelò fondamentale poi nell’attività pittorica. Non ci resta quindi che immergerci nella visione di quei quadri che secondo le parole di Charles Burchfield “ ... sono un commento incredibilmente penetrante della nostra vita”.
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Roma
16 febbraio - 13 giugno 2010
Fondazione Roma Museo
Via del Corso, 320
A cura di
Carter E. Foster
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