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Quando immergere una mano nei legumi salva un mondo: Il favoloso mondo di Amélie.


05.04.2010 - Luigi Ferrara

Milioni di Mesdames Bovary nel mondo, in carne ed ossa, celluloide o sbalzate nelle pagine dei libri, hanno ben incise sul volto e nell’animo le cicatrici lasciate da una lama affilata: è il rasoio che squarcia il mondo che prima appariva ai loro occhi unitario e che conteneva tanto il principe azzurro quanto l’invecchiamento e la morte, tanto l’illusione quanto il calcolo statistico che la riduce a una (spesso piccola) percentuale che questa si avveri, tanto il sogno quanto la realtà. Li divide e li relega in due universi da tenere ben distinti, pena il risveglio tardivo, la vertigine, la morte.

Già, ma come in molti altri casi la prospettiva può cambiare e portare con sé cambiamenti sensibili all’oggetto: avevamo ragione prima di disilluderci, quando vedevamo tutto attraverso l’occhio largo che include al quotidiano le nostre aspirazioni più fanciullesche, che non glissa sui particolari meno obbedienti alla logica dell’utile.

 

Chi è Amélie agli occhi di chi la vita la vive da assennatamente? E’ una ragazza che rischia di cadere nel baratro, che non si rende conto di quanto rischioso sia il non mettere le mani avanti, il non munirsi di corazza in attesa di quel giorno fatale in cui il vetro si infrangerà e manderà in pezzi l’unità fra fantasia e realtà. E’ sola, non prova attrazione sessuale (e ciò non dà alla solitudine la prospettiva di soluzione), è toccata dalla tragedia comune e terribile della morte di un genitore, sente su di sé l’onere di dover raddrizzare le storture del mondo: quanto bisognerà aspettare prima che tutto questo crolli?

Eppure il non saper rinunciare al fantastico è l’ancora di salvezza di Amélie. E sentire riempirsi il cuore vedendo che almeno sullo schermo il non rifugiarsi dietro un pessimismo preventivo vada a buon fine salva forse anche noi.
 

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