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Zero Bridge


30.08.2008 - Valeria Roccella

Finalmente un film che, come pochi in questo Festival, sa rendere appieno lo scopo che si era prefissato: mostrare in modo naturale e realistico lo stile di vita e l’umanità dei cittadini del Kashmir. Credo che nessun regista, al suo debutto cinematografico, sia riuscito a descrivere il proprio paese d'origine in maniera così accurata e dettagliata, come è riuscito a fare l'appena ventisettenne Tariq Tapa. Opera prima, Zero Bridge è un saggio di diploma, ideato e creato interamente da lui e girato dove vive la sua famiglia. Scene fatte da intensi e continui primi piani, camera a mano, fotografia che restituisce la sensazione di tristezza che percorre tutta la storia. La colonna sonora si rivela descrittiva, e mai preponderante: quasi tutto questo per mano di una sola persona, Tariq Tapa.
Il regista, nativo di New York, ogni estate tornava con i suoi cari nel paese d’origine, Srinagar per l’appunto, e giocava coi suoi cugini lungo il fiume Jhelum proprio sotto lo zero bridge. Ora, tornato in Kashmir dopo diverso tempo, si ritrova straniero in quei luoghi sempre ricordati e mai dimenticati. Zero Bridge (letteralmente ponte zero) è una storia silenziosa sulla ricerca della libertà sociale e morale oltre che personale: la descrizione di una vita - non vita in una terra che sembra abbandonata.
Questo ponte, punto zero da dove parte e finisce la storia, è un luogo dove non si può sostare, pena l’arresto ingiustificato, dove tutto rimane in sospeso (la vita, l’amore, il futuro della città) senza un vero perché. Punto ormai solo di passaggio di una popolazione ferma e pesante come una roccia.

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