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Il mio amico Eric è la mia ragione di vita


22.04.2010 - Monia Raffi

Il calcio è “diverso”, è più di uno sport, ed essere il tifoso di una squadra, di un giocatore ti dà una sensazione imparagonabile di vivere un momento di aggregazione e di liberazione sospesi tra sogno e realtà. Questo Ken Loach lo sa bene, tanto da basare un intero film sulla sacralità di questa disciplina sportiva. Il tifo per il Manchester, infatti, è l’unico mezzo che Eric ha per evadere da una realtà che non riesce più a vivere: un lavoro come postino, due figliastri che lo disprezzano, un amore perso ormai trent’anni fa.

Il calcio e tutto quello che vi si costruisce attorno diventano un mondo parallelo dove persone spiccatamente diverse tra loro lavorano, si svagano e si aiutano reciprocamente. La tifoseria diventa una comunità solidale che si stringe attorno a colui che ne ha più bisogno, come in questo caso accade con Eric. In questa società ideale al calciatore è affidato il ruolo di idolo, che come un antico mito, è però in grado di scendere dall’Olimpo ed aiutare l’uomo comune come Cantona fa con Eric.

Il mio amico Eric è una commedia sospesa tra realtà e fantasia dove Ken Loach ritrae una società in cui il calcio rimane l’ultimo motivo popolare di fare aggregazione, di costruire un’unione laddove i classici incentivi comunitari quali potevano essere chiesa e partito non esistono più.

E d’altra parte, il film descrive il bisogno intrinseco e atavico che ha l’uomo di trovare in un altro uomo l’assoluta perfezione, qualcuno in cui credere e rispecchiarsi, assimilarsi e differenziarsi perchè come precisa Eric il calciatore a Eric il postino: “Io non sono un uomo, sono Cantona”.

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