articolo

Una passeggiata nel mondo dei Mardi Gras


11.05.2010 - Andrea Barboni

Oggi, ospiti del Machete, i Mardi Gras, anzi, una rappresentanza, Claudia McDowell (voce) e Fabrizio Fontanelli (chitarra acustica). Questo gruppo di baldi giovani sta incuriosendo il panorama musicale internazionale e noi siamo veramente felici di averli come ospiti.
I Mardi Gras suonano, ammazza se suonano! Il loro folk, molto più pop di quanto vogliano far credere, presenta sfumature molto interessanti, che sicuramente riescono ad allietare anche i timpani dei più scettici (io ne sono l’esempio!). Le atmosfere che riescono a ricreare con i propri brani, portano in un mondo così vicino a noi, ma forse troppo lontano. Il mondo dei grandi cantautori americani, che con le loro voci riuscivano a smuovere la coscienza della gente e ad impaurire intere nazioni (quanto li rimpiango). La ritmica e la melodica dei brani non risulta, a primo impatto, molto innovativa, infatti non lo è, ricalca spesso i soliti accordi malinconici e portatori di speranze, della grande tradizione americana. Ma i Mardi Gras sanno bene ciò che vogliono e, a quanto pare, è proprio ciò che la gente vuole ascoltare.
Ora godetevi una intervista molto interessante che i ragazzi mi hanno rilasciato (senza essere obbligati, lo giuro!), eccoli.

Iniziamo dalla domanda più banale, da cosa nasce il nome “Mardi Gras”?

Fabrizio: Trovare il nome per una band è sempre difficile, ma quando rovistai nella mia collezione di dischi vidi l’album dei Creedence Clearwater Revival, band che amo moltissimo. Mardi Gras ( il loro ultimo lavoro in studio) mi intrigò molto come nome per la band, rimandava al Carnevale, poi, un mio carissimo amico, Antoine, nella cui sala prove sono cresciuto, è di Parigi, così mi sembrò perfetto. Poi in seguito scoprì la connessione con New Orleans e la sua parata nel giorno di Martedi Grasso.
Come, dove e quando nasce il vostro progetto musicale ?
Fabrizio: Io e Claudia McDowell, formammo qua a Roma, agli inizi degli anni 90 una folk rock band,chiamata Sydney Parade come la fermata della dart di Dublino. Ci muovevamo in una città ancora acerba di locali rock, ancora molto post - cantautoriale. E ora rieccoci assieme, in un progetto consolidato come i Mardi Gras, visto che siamo attivi da qualche anno ormai. Dopo l’arrivo d Alessandro Fiori alla batteria, la line-up si è arricchita con David Medina (basso), Alessandro Matilli
(piano) e Alessandro Cicala (Chitarra elettrica e acustica). Siamo una band che nel corso degli anni si è evoluta molto. Ora grazie alla nuova energia ci sentiamo finalmente completi e liberi di esplorare nuovi territori, anche perché siamo sei persone che ascoltano veramente di tutto.

Nella vostra biografia si legge Europa,America, Irlanda, come è arrivato il vostro nome oltre i limiti nazionali?

Fabrizio: Fin dagli esordi, i nostri lavori hanno cominciato a circolare in Irlanda a Dublino, città dove io sono cresciuto culturalmente e dove mi sembrò naturale far circolare i nostri lavori. Vista anche la nostra dimensione internazionale (leggi lingua inglese!). Hot Press, ci ha recensito più volte, e anche le radio di Dubllino hanno trasmesso la nostra musica, prendendo in considerazione anche un tour assieme ai Frames e un altro tour irlandese di 5 date. Anche le radio indipendenti americane sono rimaste incuriosite dai nostri brani e molti di loro sono risuonati in lungo e largo dall’Alaska a New York a
Beverly Hills, fu molto bello avere dei feedback dall’estero, e vedere girare le canzoni dei Mardies assieme ad altri artisti internazionali.

A chi vi ispirate per i vostri lavori?

Fabrizio: Ascoltando di tutto, come dicevo prima, credo che ognuno porta il suo mondo nella band. I brani nascono da una trama di chitarra acustica o di piano. Venendo io dalla tradizione irlandese e americana, il folk, il country, le ballads sono il mio territorio. Se c'è una storia da raccontare in musica, sin da quando ho iniziato a scrivere brani, mi sono ispirato a dei songwriter di spessore che mi portavano dentro il loro mondo veementemente. Penso allo Springsteen di "Nebraska" un disco che mi ha cambiato la vita.

Sempre nella biografia, compare il nome di Neil Young, sicuramente non l’ultimo arrivato. Come è nata la vostra “collaborazione”?

Fabrizio: E' nata quando Neil Young, nell'America post 11 settembre, andò contro la decisione di Bush di censurare le canzoni di contenuto sociale e costruì una sezione speciale del suo sito: "Neil's Garage" dedicata appunto alle "Song of the times", per farle ascoltare nonostante la censura imperante. Il nostro brano, "The wait" (scritta da me e Six), che parla dell'attesa di un condannato a morte, fu selezionato
da Neil Young assieme a quelli di Francesco Lucarelli e Stefano Frollano due “rock ‘n’ roll brothers” di Roma.
"Canzoni controvento" le definimmo!

       

Confrontarvi con altre realtà musicali e artistiche, sicuramente ha ampliato le vostre vedute. Cosa pensate del panorama musicale italiano e delle possibilità che oggi hanno le giovani band emergenti?

Claudia: il panorama musicale italiano è sempre stato interessante, abbiamo avuto sempre grandi e coraggiosi sperimentatori, penso agli Area e alla PFM negli anni settanta per esempio, ma fino all'avvento di internet, divulgare la propria musica era molto complicato, soprattutto per gli artisti che si auto-producevano, che dovevano fare tutto "di persona", distribuire il materiale nei pochi negozi disposti a vendere musica indipendente e pubblicizzare uscite discografiche e concerti incollando volantini in giro per la città. ora è tutto molto più semplice, ogni band ha una pagina myspace, dove può fare ascoltare il proprio lavoro, mostrare le facce di chi suona e invitare persone ai concerti. Le sale prova sono aumentate e offrono un servizio migliore rispetto al passato. E' molto più semplice fare il musicista
ma paradossalmente l'offerta è talmente massiccia da rendere sempre più difficile ad un gruppo veramente valido e con quel qualcosa in più di emergere, farsi notare e soprattutto durare nel tempo.

Fabrizio: Si il confronto fa sempre crescere, osservare i percorsi altrui è sempre affascinante, in Italia il panorama musicale è cresciuto esponenzialmente nel corso degli anni, ora la "scena" italiana ha una valenza internazionale e spesso vediamo band italiane andare all'estero e ottenere consensi. Tutto ciò è molto bello, per esempio leggere il diario americano di The Niro è stato molto affascinante, pensare che solo pochi anni fa dividevamo i palchi della Roma indipendente a suon di sogni e sambuca! Sicuramente il prosperare dei social network ha permesso una vetrina a tutti coloro che volevano esprimersi e, come sempre accade, quantità non è sinonimo di qualità. Personalmente amo scoprire sempre nuove bands e nuovi artisti e devo dire che c'è un grande fermento e ottime realtà che si stanno
consolidando.

Per concludere, le vostre canzoni lanciano messaggi alquanto importanti, pensate che la musica, nel mondo di oggi, possa ancora servire a smuovere le coscienze, o ormai è diventata solamente un banalissimo prodotto di mercato?

Claudia: c'è musica e musica. Occorre fare una distinzione netta tra i prodotti di mercato, studiati a tavolino, bella faccia, grande e furba produzione ma nessuna profondità. E coloro invece che non disdegnano video azzeccati e una buona promozione, e anzi se ne servono per far arrivare un messaggio che possa in qualche modo scuotere gli animi. Il rock in generale ha da sempre questa ambizione: far capire che si può vivere in un modo diverso, e non parlo solo della cosiddetta trasgressione, ma anche di coscienza sociale, passione, ecologia, ricerca individuale e nel contempo attenzione a chi vive nella parte sfortunata del pianeta. Credo che questo tipo di musica sarà sempre in grado di cambiare la vita di chi l'ascolta, di metterci nella posizione di porci domande e cercare risposte, per non parlare del fatto che chi sceglie di fare musica, oltre che ascoltarla, ha una chance in più di esprimersi pienamente, creare qualcosa di unico e sognare.

Fabrizio: Credo che la musica, da sempre, abbia una grande valenza anche sociale, deve portare si evasione, ma ogni canzone è anche figlia del suo tempo e testimone di cosa sta accadendo attorno a noi, le canzoni sin dai tempi di Elvis o Johnny Cash o Woody Guthrie hanno avuto un grande potere di smuovere le coscienze e farle rendere attive facendo acquistare alle persone consapevolezza.

 

 

articolo precedente| torna indietro | segnala articolo | permalink | social bookmark | versione stampa | sezione superiore | articolo successivo

 

   

VIDEO CORRELATI- Intervista a Rosalia De Souza


Intervista di Davide Ferrara