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Vinyan


30.08.2008 - Andrea Pirrello

Comincia a essere un problema restare svegli durante le proiezioni delle 9.00. Vinyan di Fabice du Welz, anche nelle premesse, si rivela un film privo di utilità. La banalità della trama è evidente dall'inizio della storia, quando i due genitori decidono di andare a cercare il figlio scomparso perché la madre crede di averlo visto in un video girato in Thailandia. La follia dell'intento e del personaggio della madre (interpretato da Emmanuelle Beart) è inequivocabile, ed è chiaro anche a cosa porterà. Assente il dramma della distruzione del territorio, superficiale l'accenno alle condizioni di vita della popolazione Thailandese; il film si concentra esclusivamente sulla progressiva deriva dei due genitori e sull'ossessiva ricerca di un fantasma. La follia è il punto di partenza e il punto di arrivo. I due protagonisti si ritroveranno alla fine del film in una specie di micro-società primitiva di bambini, che ricorda vagamente Il signore delle mosche o Apocalypse now (perdonatemi il sacrilego riferimento). La donna viene letteralmente integrata e fagocitata da questo nuovo ordine di cose.
L'intuizione di una società primitiva che inghiotte la madre, ormai smarrita nella propria follia, purtroppo non è adeguatamente sviluppata. L'unica intuizione da segnalare è di carattere fotografico: l'inquadratura in cui i piccoli selvaggi, ricoperti di fango, assalgono il padre per dilaniarlo a mani nude.

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