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Intervista a Francis Xavier Pasion, regista di Jay


30.08.2008 - Valentina Iuffrida

Questo è il suo primo film che riflette la meccanica della produzione delle immagini mediatiche. Che relazione c’è tra il film e la sua esperienza come giornalista televisivo?

Io ho avuto esperienza nelle Filippine in una televisone in cui si produceva un programma che raccontava la vita dei filippini all’estero, e sono effettivamente partito da qui, dai reality. In più si tratta di una storia vera: un produttore del GF gay è stato assassinato e tutto è stato ripreso come un reality. Volevo che il pubblico approcciasse con maggiore consapevolezza alla televisione.

Ci parli di coem viene visto il tema dell'omosessualità nelle Filippine.

Gli omosessuali sono accettati adesso, non vengono discriminati ma c’è un grande interesse mediatico, diciamo una sensibilità sul genere. Nel caso del produttore che è stato assassinato per esempio, veniva sempre specificato il genere, l’inclinazione sessuale.

Esiste una vera e propria integrazione culturale?

Nello spettacolo ad esempio non ci sono molti protagonisti gay, il carattere del gay viene utilizzato per fare dell’umorismo o come carattere comico. Il pubblico non è veramente pronto.

È stato difficile lavorare su personaggi che interpretano attori?

Si è stata una sfida perché alcuni attori come Baron (protagonista di Jay) venivano dalla televisione e quindi non erano abituati a girare in modo diverso. Ho però lasciato spazio all'improvvisazione, alcune scene non erano previste, ma io ho sentito che in determinati momenti al film occorreva proprio questo.

Non avete apposto un disclaimer perché ci sono dei richiami alla realtà?

No perché questo è un lavoro che parla della verità e di come essa viene manipolata.

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