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JAMES DEAN - L'ultimo Ribelle d'America


14.06.2010 - Andrea Zanacchi

Quando si deve scrivere di un film basta lasciar parlare le emozioni, ma quando si parla di persone, la cosa diventa più complessa. Per descrivere un’icona come James Dean si può cadere facilmente in errore, confondere i racconti che circolano intorno alla sua figura  con la realtà e ottenere come risultato lo stereotipo del ribelle. Ma James Dean, divenuto per la sua tragica fine l’icona di intere generazioni di giovani, nascondeva dietro quello sguardo torvo un’anima fragile. Mosso da una costante irrequietezza, trovò nella recitazione un linguaggio naturale con cui dar  voce ad un dolore che si portava dietro dall’infanzia. Il connubio Bello e Dannato in James Dean non è il risultato di uno studio pubblicitario, è l’essenza, probabilmente, del suo talento. Ad esempio il conflitto che ebbe con il padre  lo ha segnato per un’intera vita, e trovò sfogo nella famosa sequenza di Gioventù bruciata, in cui si avventa con violenza sul personaggio che interpreta il ruolo del  padre nella pellicola cinematografica.

Ma si sa, la macchina produttrice hollywoodiana non da spazio  ai sentimentalismi, se non in scena. 
Ed è ciò che è successo a Dean: attorno alla sua figura l’industria cinematografica ha creato, di pari passo con i personaggi interpretati, l’icona dell’ultimo ribelle americano destinato a far impazzire le ragazzine e a creare proseliti  tra  schiere di ragazzi che sfuggono alla noia degli anni, su auto fiammeggianti, correndo incontro a una morte che ha il profumo di un’illusoria vitalità.

Riflettendo su una frase di Kurt Cobain che recita “meglio bruciare subito che spegnersi lentamente” mi rendo conto che le circostanze che hanno visto la fine di un grande attore ne hanno permesso la gloria in eterno. In fondo, quando si è destinati alla grandezza è difficile sfuggire al proprio destino.  

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