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Dangkou (Plastic City)


31.08.2008 - Marco Boccia

Da dove iniziare. Come spesso sta accadendo in questo Festival le aspettative vengono sistematicamente disattese. Sembra proprio che i registi giunti fino al Lido non riescano a tenere alto il ritmo delle proprie creature per tutta la durata della proiezione, ma solo per i primi dieci minuti. Il che ci sembra, oltre che smodatamente preoccupante, imbarazzante, fino a instillare, in chi guarda, il dubbio che i film siano stati scelti con una certa sufficienza, per non dire superficialità. O non c’era niente di meglio in giro? Possibile? Le prime scene di Dangkou sembrerebbero il preludio per un buon film, lo scenario tra l’altro si presta magnificamente a una storia di gangster, che contrabbandano merce contraffatta. Ma, come ben sapete, l’inganno è sempre dietro l’angolo. Neanche Yu Lik-wai che certo non è al suo primo lavoro, si sottrae a questo assunto e ci dà 118’ minuti di cinema di cui si poteva tranquillamente fare a meno. La storia, semplice e inflazionata, avrebbe potuto anche funzionare, se però si fosse scelto di raccontarla con meno piglio psicoanalitico e più forza visiva. Lasciano interdette alcune scene che, anche se ben confezionate sembrano non integrarsi nel tessuto narrativo, come ad esempio lo scontro tra “l’esercito” di Kirin e la fazione opposta, che è più un pezzo di videoarte che di cinema. Soprattutto, appare sconcertante, il finale, fin troppo forzato, per rappresentare una redenzione raccontabile con molto meno dispendio di energie e in maniera molto più chiara. Insomma un film sciatto, che non ha molto da dire. Imbarazzante. La cosa più bella? il machete impugnato in più momenti da Yuda.

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