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Norwegian Wood


05.09.2010 - Valeria Roccella

«Per me, Norwegian Wood è, nella sua essenza, la storia delle molteplici situazioni che ognuno di noi si trova ad affrontare nella vita, come il desiderio non realizzato di gioventù, le proteste radicali, la scelta tra la vita e la morte, il processo di crescita e così via.
Il romanzo da cui è tratto è straordinario e mostra una grande sensibilità; offre un vorticoso insieme di violenza ed eleganza ed è ricco di sensualità e poesia.
Credo che la mia intuizione di trasformare quest'opera in un film porterà ad un ulteriore e dovuto riconoscimento della bellezza e della ricchezza del romanzo da cui è tratto».



Così racconta il regista Tran Anh Hung durante un’intervista.
Bisogna ammettere che il famoso e splendido romanzo in questione (da noi tradotto inspiegabilmente nel 1993  da Feltrinelli col titolo "Tokyo Blues", e poi riedito col titolo originale grazie ad Einaudi nel 2006) ha una trama così cupa e complessa che l'idea di rappresentarla al cinema in maniera degna sembra quasi impossibile. E difatti il risultato non è stato del tutto eccellente.

 


 

Senza dubbio il film dimostra di saper trasemttere l'idea della sofferenza anche nei silenzi e negli sguardi dei protagonisti.
A primo impatto possono sembrare recitazioni finte e senza cuore, ma chi ben conosce la cultura  nipponica e i loro usi e costumi sa bene quanto loro soffrino in silenzio, quanto possa essere grande e profondo un gesto come un bacio o un abbraccio o quanto sia struggente nella loro vita la perdita di una persona cara.

Hung ha cercato di riprodurre al meglio il romanzo scegliendo posti splendidi e luoghi simili al racconto, come quei boschi norvegesi che traggono spunto dalla triste e bella canzone dei Beatles del lontano 1965.
Ha inserito musiche giuste in tempi giusti, inquadrature lunghe e quasi mai insensate
Nonostante gli sforzi visibili il lungometraggio, in concorso, seppur molto interessante, non lascia il segno come il romanzo del bravissimo scrittore Haruki Murakami.
Altra pecca, questa volta direzionale, è stata quella di proporre un film del genere in tardo orario tanto da non permettere al pubblico di poterlo gustare con la lucidità adatta.
 

«Nessuna forza ti può aiutare quando perdi una persona amata. Puoi solo imparare ad andare avanti. Anche se ti risuccede l’aver imparato non ti servirá comunque a niente».
 Kenichi Matsuyama

 

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