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Miral


07.09.2010 - Valeria Roccella

«Miral è un fiore rosso. Cresce ai lati della strada. Probabilmente ne avrete visti milioni». Freida Pinto

Una storia infinita, che tuttora non cessa di esistere, una rivalità ormai millenaria tra israeliani e palestinesi: questo è il triste tema di Miral, nuova pellicola del regista/pittore ormai statunitense Julian Schnabel (Lo scafandro e la farfalla, Prima che sia notte, Basquiat).
La storia è tutta al femminile: quattro donne – Hindi, Nadia, Fatima e Miral – raccontano attraverso i loro occhi e le loro vicessitudini la dura vita che le segna per sempre.
Trasposizione cinematográfica del libro La strada dei fiori di Miral scritto da Rula Jebreal (compagna del regista), questo é un film senza dubio importante e a tratti scomodo che vuole riportare sotto gli occhi di tutti una non-tregua che si sussegue da sempre.



«Ognuna delle storie raccontate nel mio libro e in questo film è vera.
Ho cambiato i nomi, ho collegato gli eventi, ho mescolato personalità e personaggi differenti, ma è tutto vero. Non esiste spazio per l’immaginazione nel Medio Oriente.
Puoi solo raccontare chi devi essere e cosa devi fare. È un qualcosa che ti viene imposto. Oggigiorno, molto spesso, sembra che l’unica soluzione possibile sia quella militare, mentre, l’unica vera speranza per le persone normali, che cercano di vivere delle vite reali, è la diplomazia e la pace».
Rula Jebreal

Un tema che ancora adesso è attuale (pochi giorni fa se ne parlava in molti quotidiani) ma che è difficile proporlo attraverso un lungometraggio.
Le storie rappresentate sono molto realistiche; la cinepresa a tratti sembra sparire per poi riapparire in momenti crudi (intuitiva e pura l’idea di rappresentare uno stupro mostrando in silenzio solo un palo del letto che si muove); la fotografía è chiara, dura e precisa.


Ma Miral cresce ma non sboccia.
E a fine proiezione l'interrogativo nasce spontaneo: “sì, ma ora?”.
La tematica senza dubbio apre gli occhi e risveglia gli animi, ma sembra non lasciare altro che un senso di inutilità misto ad impotenza. Ed è un peccato perchè in molti tratti la sceneggiatura (probabilmente anche grazie al romanzo) sfiora la poesia.




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