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Canet a Roma per Les Petits Mouchoirs


29.10.2010 - Maria Rosaria Donisi

Dal Festival Internazionale del Film di Roma

Maria Rosaria Donisi




D
: Lei è un astro nascente della cinematografia francese, e il film è campione di incassi in Francia. Per questo film lei ha lavorato su temi personali, questo elemento ha fatto cambiare il suo modo di essere regista?
Guillaume Canet: Ho cercato di mettere insieme tante cose in questo film. La vita è una centrifuga, ci sono tante distrazioni, a volte ci risulta difficile dedicarci alle persone che amiamo. Soprattutto nei periodi di stress per non affrontare la realtà ci rifugiamo e riversiamo le nostre tensioni nel lavoro. A me è successo di restare per un lungo periodo di stare in ospedale, e al mio rientro a casa avevo già tutta la sceneggiatura in testa. Ho scritto di getto: in 5 mesi sono riuscito a buttare giù anche i dialoghi.
 


D: Di cosa tratta il film?
G.C: Dei veli, dei fazzoletti con cui copriamo le cose che ci sembrano mostruose. Raccontiamo a noi stessi e agli altri delle innocenti bugie. Ci piace celare la polvere sotto il tappeto per non riconoscere la realtà. Poi, quando meno ce l’aspettiamo, scopriamo che sotto il tappeto c’è un sacco di cacca!

D: Les Petits Mouchoirs è anche un film sull’amicizia?
G.C: Si, ma non si tratta di legami stereotipati. Ho cercato di raccontare dei legami molto veri, delle relazioni autentiche.
 


D: Sembra che il film sia ispirato a pellicole di una volta, come Il Grande Freddo?
G.C: Si, involontariamente quando giro un film vengono fuori, inconsapevolmente, tutte le cose che amo.

D
: Com’è stato lavorare al fianco della sua compagna?
G.C: Marion Cotillard è una bravissima attrice e ho cercato di non privilegiarla sul set, limitando le mie riflessioni. In realtà per me è stato fantastico essere al suo fianco, forse è stato più sacrificante per lei che ha dovuto sopportare le mie crisi fuori e dentro il set. Era tanto tempo che Marion non vestiva degli abiti contemporanei e credo che questo film le abbia fatto bene.
 


D: Ci può parlare del suo essere sia attore che regista?
G.C: Ho cominciato a 16 anni con piccoli cortometraggi girati in super 8. Poi mi sono iscritto a un corso di arte drammatica perché per fare il regista devi conoscere bene il mondo degli attori. Per sopravvivere da ragazzo mi sono dato alla recitazione. Oggi mi diletto in entrambe le cose e ne sono felice perché riesco ad esprimere meglio le emozioni.

D: Lei anche ieri era qui per la conferenza di The Last Night, film in cui ha rivestito il ruolo di attore. Cosa ne pensa della manifestazione dei rappresentanti del cinema italiano?
G.C: Hanno tutta la mia solidarietà e mi sento coinvolto, anche se non sono italiano. Un paese senza cultura è un paese finito. Il cinema italiano ha influenzato il mondo ed è terribile che a causa del governo il cinema debba soffrire e gli artisti non possano esprimersi. Ovviamente non essendo italiano non conosco bene i dettagli, ma la cosa mi ha colpito particolarmente.  

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