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Alex Prager: Bellezza e Disperazione


12.11.2010 - Maria Peritore

Fin dai tempi non remoti della trilogia fotografica Week–end, Polyester e Big Valley la vocazione della giovane Alex Prager per la macchina da presa era apparsa abbastanza evidente.
Il suo primo cortometraggio dal titolo Despair è, infatti, approdato il 26 settembre scorso al MoMA di New York, scelto per rappresentare la New Photography 2010 insieme ad alcune opere dei fotografi Elad Lassry, Roe Ethridge e Amanda Ross-Ho.
 

L’opera prima dell’autodidatta e anticonformista artista californiana riprende essenzialmente le scelte stilistiche e ideali presenti nella sua antologia fotografica, assegnando, ancora una volta, il ruolo di protagonista alla figura femminile quale icona retrò di una nostalgica età dell’oro non solo del cinema, ma anche del costume.
Così, nella bellezza che prorompe in colori accesi, stagliati in nitidi spazi tersi tra luci talvolta abbaglianti, le parrucche, gli abiti e il trucco in perfetto stile anni sessanta, se per un verso fungono da accessori imprescindibili e necessari ad una messa in scena degna di Guy Bourdin e William Eggleston, dall’altro, rappresentano la metà di un lato oscuro, metafora concettuale di un’estetica del flusso emozionale e psicologico che domina sulla cortina dell’apparenza.
 


La bellezza come schermo effimero di una condizione interiore è, ancor più che nei suoi scatti, condensata nei quattro minuti del cortometraggio, in cui il volto della protagonista, Bryce Dallas Howard (figlia del più noto regista Ron Howard) seducente nell’algida perfezione dei lineamenti, disvela ben presto un’incrinatura, mostrando nello sguardo carico di disperazione uno straniamento che si fa strada in vorticosa progressione verso l’impellente necessità di una definitiva castrazione di sè.
All’insieme suggestivo e accattivante, la Prager unisce l’omaggio alle pellicole di Alfred Hitchcock, una fugace ma incisiva citazione a Scarpette Rosse di Michael Powell e ci offre un ampio saggio del suo talento descrittivo nella scelta piuttosto surrealista delle luci, imponendosi come astro promettente nel panorama dell’arte visiva che tracima oltre gli argini del “rappresentato”, concluso fotogramma di un momento, e spingendo noi a fantasticare sulle sue narrazioni al di là dello spazio vuoto, oltre la parola Fine.
 

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