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Una Nuova Armata Brancaleone


24.12.2010 - Maria Rosaria Donisi

Stimato dalla critica e amato dal pubblico, Mario Monicelli con la sua scomparsa ha lasciato un vuoto incolmabile. Un altro uomo di cultura se ne è andato; lui che era un anarchico, un ribelle, che sino all’ultimo ha esortato la rivoluzione culturale, ci mancherà tantissimo come esempio da seguire. Più di ogni altra cosa sentiremo la nostalgia del suo razionale idealismo. E permettetemi l’ossimoro, ma Monicelli sapeva benissimo che solo la follia unita alla lucidità poteva dar vita ad una sana ventata d’aria fresca. La protesta dello spettacolo contro i tagli della cultura lo aveva visto scendere in campo personalmente per incitare i giovani a ribellarsi per un futuro migliore, in un momento in cui il cinema non riusciva a raccontare l’Italia.


Sono lontani i tempi della nascita della commedia all’italiana, che all’ombra del neorealismo si affermò proprio grazie alla collaborazione tra Monicelli e Steno che adattarono la maschera del grande Totò alle storie di vita vera. Dopo Vita da cani e Guardie e ladri (premiato a Cannes per l'interpretazione e la sceneggiatura nel '51) e terminato il sodalizio con Steno fu la volta de I soliti ignoti (nomination all'Oscar), l'ultimo film con Totò e il primo con Vittorio Gassman sdoganato come mattatore comico.
Nel 1959 arrivò quel capolavoro de La grande guerra (contrastato dalla censura ma trionfatore a Venezia con il Leone d'oro), nel 1963 il doloroso I compagni con Mastroianni, e nel '66 l'irripetibile invenzione de L'armata Brancaleone.

Sarebbe impossibile ripercorrere tutta la sua carriera, film dopo film, con oltre 66 regie e più di 80 sceneggiature. Nel 1968 Monicelli dona a  Monica Vitti una verve comica in La ragazza con la pistola, e nel '73 ironizza sulla voglia di rivoluzione all'italiana con Vogliamo i colonnelli; nel 1975 raccoglie l'ultima volontà di Pietro Germi che gli affida la realizzazione di Amici miei.  Nel 1977 recupera la dimensione tragica della commedia sceneggiando il libro di Vincenzo Cerami Un borghese piccolo piccolo. Negli anni 80 fu la volta dell’indimenticabile Il Marchese del Grillo ed ebbe un unanime consenso per Speriamo che sia femmina.
Nel 1992 con Parenti serpenti dimostrò di saper leggere le trasformazioni della società italiana con l'intelligenza graffiante di sempre. E infine nel 2006 l’atteso ritorno sul set con Le rose del deserto.

Purtroppo la scomparsa di Monicelli fa sparire ogni speranza di un ritorno di una Nuova Armata Brancaleone, che non sarebbe stato un sequel come egli stesso cercò di far credere al pubblico beffando i giornalisti, ma un simbolo, un’allegoria. Poco dopo aver compiuto 95 anni il regista toscano partecipò a una protesta ideata dagli studenti dell'Istituto Rossellini, firmando un cortometraggio contenente solo i titoli di testa e una scena iniziale:


Questo è il film che non vedrete a causa degli attuali tagli alla Cultura. Succederà che questo schermo rimarrà nero, senza immagini, senza parole. Succederà che i lavoratori di domani di cinema e televisione non avranno un futuro. Perché si sta tagliando il loro presente. Perché si stanno negando i loro diritti di studenti. Tutti parte di una Nuova Armata Brancaleone.

La vera Armata Brancaleone siamo noi, dichiarò il Maestro, che era stato al Viola Day di febbraio e al primo no B day nel dicembre scorso a Piazza San Giovanni. L’Italia era per lui "una penisola alla deriva". Monicelli ha sempre rilasciato dichiarazioni senza false diplomazie. Non accettava i compromessi, le restrizioni, come il cancro che lo aveva colpito.

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