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La Storia di un Re, la Storia di un Uomo


14.02.2011 - Valentina Iuffrida

If I am King, where is my power? Can I declare war? Form a government? Levy a tax? No! And yet I am the seat of all authority because they think that when I speak, I speak for them. But I can't speak.

Giorgio VI (Colin Firth), The King's Speach


Bertie non avrebbe dovuto nè voluto diventare il sovrano d’Inghilterra. Ma quando suo fratello, il legittimo erede al trono, si innamora della pluridivorziata americana Wallis Simpson, Bertie è costretto ad indossare la Corona.

Figlio di Giorgio V, padre di Elisabetta II, Albert Frederick Arthur George Windsor, in famiglia chiamato “Bertie”, diventa Re Giorgio VI  nel 1936, alla vigilia della II Guerra Mondiale. Verrà ricordato con affetto dai suoi sudditi per aver affrontato con coraggio e dignità le vicissitudini della guerra, rifiutandosi di lasciare Londra per un rifugio più sicuro.
 

Questo è quello che la Storia ci ha consegnato.
Ma non è questa la storia che ci interessa.

Nel film Il Discorso del Re di Tom Hooper, un magnifico Colin Firth ci regala il ritratto di un uomo che combatte tutti i giorni con se stesso, con il suo passato e con un problema che può sembrare di poco conto, ma non lo è: la balbuzie.
Non lo  è in modo particolare se sei un Re.
Il Bertie di Firth è ironico, pungente, arrabbiato e molto spaventato. Viene aiutato ad affrontare, e a correggere in parte il difetto, da sua moglie, Lady Elizabeth Bowes-Lyon (che molti ricorderanno come la Regina Madre dai buffi cappellini, morta nel 2002, interpretata nel film da Helena Bonham Carter) e da un logopedista dai metodi eccentrici e in qualche modo rivoluzionari per l’epoca, che diventerà anche amico del re per tutta la vita  (moriranno ad un anno di distanza l’uno dall’altro): Lionel Logue, interpretato qui da Geoffrey Rush.
 


Di questo film, che punta sul dialogo per raccontare la frustrazione che si ha nell’impossibilità di esprimersi fluentemente, con una splendida scenografia, una fotografia dai colori freddi che ben si adatta alla storia raccontata, al luogo fisico e a quello storico in cui ci troviamo, ed una regia attenta ai dettagli che sfrutta la massimo l’eccellenza espressiva di Firth e Rush, a noi spettatori arriva una cosa in particolare: l’umanità del Sovrano.

Il Discorso del Re racconta Giorgio VI semplicemente come Bertie.
Con un risultato che sfiora la perfezione.

 

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