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Lezioni di Piano - Come in una bolla


11.04.2011 - Maria Carmela Paiano

Lezioni di Piano è un film del 1993, della regista neozelandese Jane Campion, e racconta di una donna che non parla (non si sa per quale motivo) sin dall’età di sei anni.
Arriva con la figlia ed un pianoforte sulle spiagge della Nuova Zelanda, là ad attenderla c’è il “promesso sposo”, che poi è un termine ampolloso per indicare un uomo disposto a sposarla senza averla mai conosciuta.
È un film che ha una limpidezza fotografica sconvolgente, le immagini si susseguono e sembrano dei quadri in una galleria d’arte. Le stesse emozioni che trasmette sono confezionate ed infiocchettate come un pacco regalo, sono donate allo spettatore: non erompono con forza, ma si insidiano con grazia.

Forse questo è il motivo per cui a tanti non piace, lo trovano un film esteticamente perfetto, ma freddo. Queste lezioni che dovrebbero essere di pianoforte, e poi si rivelano essere di sessualità, a molti non intrigano; ineffetti neppure a me, non riuscivo a vedermi dentro questo film.
Poi è arrivata lei ... a mia piccola, imprigionata in una bolla di sapone, che non riesce a parlare, che non riesce a comunicare con gli altri.
Chiusa in una bolla invisibile, che la tiene separata dagli altri, e che lotta continuamente per non perdere la propria individualità e la propria “voce”.
Ada (la protagonista del film) non è vero che non parla, lo fa grazie al suo piano, per questo è così importante per lei: la musica è la sua voce, ed il piano il mezzo per esprimerla.
Conoscere il linguaggio dei segni è qualcosa in più, e lei lo usa solo per soddisfare le sue esigenze perchè per i moti dell’anima ha la musica.
Le lezioni di sensualità di Baines (interpretato da uno splendido Harvey Keitel) la catturano così tanto, perché in realtà capisce di aver trovato un altro modo di esprimersi a lei congeniale: con le mani, con il tocco, con tutto il suo corpo.

Forse ha smesso di parlare a 6 anni perché la voce non era abbastanza per lei. Forse aveva bisogno di un strumento superiore per comunicare, perché aveva troppo dentro di sé.
Ed alla fine ricomincia a parlare, non perché è necessario farlo, ma perché è così felice e serena nella sua nuova vita con l’uomo che ama e con la figlia e con la musica, che deve trovare un altro modo di comunicare, per esprimere tutto quello che sente.
A volte la voce è sopravvalutata, a volte chi sta dentro una bolla di sapone non ci si chiude volontariamente, ma lo chiudiamo noi! A volte, forse, smettiamo di ascoltare.

La mia piccola ama il colore viola e parla diritto al cuore, per questo non è necessaria la voce.
Sto combattendo una battaglia con lei, e non per farla parlare, ma per poterle regalare delle storie, per poterle regalare la possibilità aprire un libro ed perdersi là dentro.
Ma forse sono io che mi proietto su di lei, forse lei non lo vuole fare, perché parla già al cuore e capisce subito l’animo di chi le sta di fronte.
Forse ad essere in una bolla non è lei, forse sono io…

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