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Giornate degli autori: Stella


02.09.2008 - Maria Rosaria Donisi

Come non restare ammaliati dagli occhietti teneri e vispi di Léora Barbara? Dolce, di una dolcezza infinita. L’opera di Sylvie Verheyde, basata sui suoi ricordi d’infanzia, riesce a ergersi come esempio di ciò che solitamente gli adulti non vogliono ricordare. La regista torna a essere bambina attraverso gli occhi di Stella, si districa nel labirinto dei ricordi e li semplifica. Perfettamente scritta, la sceneggiatura presenta una voce fuori campo, della stessa bambina, che spiega le vicende e i pensieri della ragazzina. Le ambientazioni ricostruiscono alla perfezione gli anni ’70; le canzoni dell’epoca, i costumi, il primo amore, ci riportano in quel “tempo delle mele” che sembrava dimenticato. Siamo in un periodo in cui il dibattito sull’istruzione era animato e la scuola era considerata un mezzo di emancipazione sociale. La differenza di ceto è fortemente sottolineata: mentre i compagni di classe leggono libri e ostentano discorsi precocemente intellettuali, Stella sa solo correre e disegnare, gioca a carte con gli amici del padre e ama canticchiare le canzoni che trasmette la radio. L’incontro con Gladys, figlia di due esuli argentini, la fa entrare poco a poco in contatto con un’altra dimensione. D’un tratto comincerà a preferire la lettura allo shopping con la madre e cesserà di stracciare la carta da parati dal muro per ribellarsi all’indifferenza del mondo dei grandi. Un film che ci riporta indietro nel tempo e che ci strappa un romantico sorriso di fronte al trucco esagerato di una ragazzina che sta imparando a crescere.

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