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Il Signore delle Mosche ovvero La scuola dell'obbligo del Demonio


13.10.2011 - Alessia Signorelli

Prima di andarci a rotolare nel fango insieme a pezzetti sparsi di maiali mezzi cotti, mi sembra quantomeno onesto avvisare: se non vi piacciono i film lenti, dalla cinematografia che deve quasi tutto al teatro come filosofia, allora quest'opera del maestro Peter Brook (del 1963,e presentata al 16mo Festival di Cannes) non fa affatto per voi.
Statene alla larga. Se, invece, volete passare un pomeriggio a scervellarvi sul metateatro, sul senso della metafora e su elecubrazioni socio-pedagogiche, allora sedetevi pure comodi.
Molto comodi.

Peter Brook, che senza ombra di dubbio è uno degli ultimi grandi del teatro nell'era post-moderna, prende un manipolo di fastidiosissimi marmocchi di un college britannico, li fa sopravvivere ad un incidente aereo e li relega in un'isola deserta in mezzo al nulla.
Per dovere di cronaca, il film è tratto dallo splendido romanzo di William Golding (se non lo avete letto, prima fatevi un esame di coscienza e poi andate a comperarlo), quindi, il primo a ficcare i mocciosi in questa situazione di per sé angosciosa, è stato lui.
Il film di Peter Brook alterna visioni in cui la sottigliezza dell'incubo è ancora più inquietante, a momenti di infantile idillio.

Girato in bianco e nero, si apre con un collage di immagini, suoni e voci che ci mettono immediatamente in “medias res”, cioè nel bel mezzo della situazione.
Quello che però salta immediatamente agli occhi, dopo pochi minuti dalla visione, è l'intento metaforico, simbolico del film: il contrasto tra il presente/futuro rappresentato dal mite Ralph ed il passato, il primitivo, incarnato dallo psicotico Jack, insieme al suo gruppo di piccoli, selvaggi, decerebrati cacciatori.
Come ho detto, è un film lento, quasi un freddo documentario che tramuta l'originario messaggio sconvolgente di Golding in una specie di esperimento su pellicola, dove i ragazzini sono le cavie impazzite, sfuggite al controllo.

Nel momento più simbolico dell'intera opera, il sangue della bestia uccisa (un maiale la cui testa finirà su una picca, lugubre e grottesco dio di un niente urlante) spegne il fuoco della salvezza, dell'umanità, della civiltà (una civiltà che però non è affatto esente da orrori).
Ma lo stesso fuoco che, alla fine, un Jack completamente fuori da ogni logica appiccherà per sete di vendetta, sarà quello che aiuterà i superstiti ad essere soccorsi da un gruppo di giovani marines dalle facce stolide che assisteranno agli ultimi atti di questo gioco di bambini-mostri come se stessero guardando una recita scolastica.
Un modo asettico e anaffettivo di dimostrare che il vecchio adagio “si stava meglio quando si stava peggio” non è altro che un mucchio di baggianate.
Soprattutto quando di mezzo c'è un'orda di esasperanti ragazzini senza controllo.

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