13.10.2011 - Alessia Signorelli Prima di andarci a rotolare nel fango insieme a pezzetti sparsi di maiali mezzi cotti, mi sembra quantomeno onesto avvisare: se non vi piacciono i film lenti, dalla cinematografia che deve quasi tutto al teatro come filosofia, allora quest'opera del maestro Peter Brook (del 1963,e presentata al 16mo Festival di Cannes) non fa affatto per voi.
Peter Brook, che senza ombra di dubbio è uno degli ultimi grandi del teatro nell'era post-moderna, prende un manipolo di fastidiosissimi marmocchi di un college britannico, li fa sopravvivere ad un incidente aereo e li relega in un'isola deserta in mezzo al nulla.
Girato in bianco e nero, si apre con un collage di immagini, suoni e voci che ci mettono immediatamente in “medias res”, cioè nel bel mezzo della situazione.
Nel momento più simbolico dell'intera opera, il sangue della bestia uccisa (un maiale la cui testa finirà su una picca, lugubre e grottesco dio di un niente urlante) spegne il fuoco della salvezza, dell'umanità, della civiltà (una civiltà che però non è affatto esente da orrori). |

Lord of the Flies
Gran Bretagna
1963
92'
Regia Peter Brook
Soggetto William Golding
Fotografia Gerald Feil, Tom Hollyman
Montaggio Peter Brook, Gerald Feil, Jean-Claude Lubtchanesky
Musiche Raymond Leppard
Interpreti James Aubrey, Tom Chapin, Hugh Edwards
Il film è ambientato nel 1984 (anno futuristico dell'epoca), durante il quale è in corso una guerra nucleare. Alcuni ragazzi inglesi hanno evacuato la città con un aereo, precipitato in un'isola deserta durante una tempesta. Ralph e Piggy, i quali sembrano gli unici sopravvissuti alla tragedia, trovano sull'isola una conchiglia che, utilizzata come "tromba" richiama altri ragazzi sopravvissuti al disastro e giunti sull'isola, tra cui Jack, Simon e i gemelli Sam e Eric.




Peter Brook
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