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Parc


04.09.2008 - Dario Parascandolo

Ho voluto dirigere un film di cui non avevo scritto la storia originale, in modo da sperimentare un lavoro puramente registico. In questo modo le mie idee sarebbero state immagini e suoni, e non sarebbero nate dalla stesura della sceneggiatura.

Dalle parole del regista francese Arnaud Des Pallières e dalle prime immagini di Parc, ci troviamo di fronte a un esperimento di regia, che, seppur di notevole caratura e pregio, rischia di confondere lo spettatore, abbandonandolo in balia di un mare di sequenze slegate fra loro. Almeno apparentemente. Personalissima la fotografia, che arricchisce ogni singola immagine di colori e ombre. Ogni singola inquadratura è abilmente studiata e costruita come un dipinto, prediligendo i campi lunghi. L'ascolto di suoni e rumori è la chiave giusta per comprendere al meglio l'ermetico lavoro del regista, che si è servito dell'esperienza di Martin Wheeler nella scelta e nella composizione della colonna sonora. L'evidente contrapposizione di immagini solari e mondane con un tessuto musicale scarno e carico di tensione, proiettano lo spettatore all'interno della scena, generando momenti di ansia e paranoia.
Loop semplici e minimali, influenzati dal trip-hop e arricchiti da passaggi di chitarra evidentemente ispirati a Martin Gore. Ma il cinema sperimentale di des Pallières, ben costruito nelle sue singole componenti, difetta di un reale intreccio. Sulla lunga durata, l'attenzione del pubblico rischia inevitabilmente di calare.

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