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Il papā di Giovanna


04.09.2008 - Maria Rosaria Donisi

Tutto il cinema di Pupi Avati è caratterizzato da un tono molto personale: non è comico, non è grottesco, né intellettuale. È un cinema dotato di un’aura poetica e nostalgica, che ci immerge nelle atmosfere della storia senza però farci giungere a una vera e propria catarsi. Il regista ama profondamente tutte le sue creature, ma le lascia autonome precocemente, e troppe volte finiscono per andare allo sbaraglio. I personaggi completano le loro storie senza riuscire ad appagare la sete del cinefilo che, abituato alla lunga filmografia dell’autore, non si accontenta più. Il Papà di Giovanna tenta la strada del dramma psicologico, ma non fa luce sulle pieghe dell’animo umano. Introduce un certo complesso di Elettra, ma poi la figura materna sparisce. Dove vuole arrivare il Maestro Pupi Avati? Gli intenti sono ammirevoli. Non cade nella retorica descrivendoci le pratiche in uso nei manicomi dell’epoca, e il suo sguardo si focalizza unicamente sulla relazione tra padre e figlia. Un rapporto a tratti commovente che rende il genitore incapace di accettare la follia della sua bambina che fine all’ultimo tenterà di proteggere. Ottima l’interpretazione di Silvio Orlando nei panni del padre. Credibile e ben studiato nei gesti il personaggio della figlia interpretato da Alba Rhwacher.

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