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Accasciati sul fondo della vita: Trainspotting


08.02.2010 - Giordana Guerriero

Due sono le cose più antiche del mondo: la prostituzione e la droga. Di entrambe il genere umano non riesce a fare a meno. Le droghe in particolare hanno subito nei secoli molte evoluzioni; non importa che si tratti di estratti di piante, di cocktail chimici, di droghe da fumare, da inalare o da iniettare, è evidente che esercitano sull’uomo un fascino senza tempo.

Le droghe hanno alimentato molti miti: celebri autori hanno trovato nell’oppio l’ispirazione per le loro opere migliori. Nel XX secolo sono state alla base del genere musicale più amato: il rock. Questa connotazione affascinante, misteriosa e un po’ maledetta, non ha fatto che accrescerne il potere sull’essere umano, per natura curioso di nuove sensazioni, tendente alla noia e bisognoso di approvazioni dal gruppo. Qui finisce il mito della droga: la realtà è un’altra, di cui troviamo una più che degna rappresentazione in Trainspotting, pellicola che racconta le vicende di un gruppo di quattro amici eroinomani che vivono in una grigia Edimburgo e fuggono dalle preoccupazioni della vita rifugiandosi nell’illusoria serenità dello “schizzo”.

Quello che ne traspare è il ritratto dello squallore, della vacuità della vita di un individuo condannato a riempire gli spazi tra un buco e l’altro alla disperata ricerca di soldi per poter continuare a farsi. Nel tunnel della tossicodipendenza c’è anche poco spazio per i sentimenti umani, per valori imprescindibili come l’amore e l’amicizia: l’esigenza di una dose fa voltare le spalle a tutto e a tutti. Ma, per qualcuno, anche sul più fangoso fondo dove un individuo può andare ad accasciarsi, passivamente trasportato dall’inevitabile scorrere del tempo, c’è sempre la speranza di risalire, lentamente e difficilmente, di nuovo alla vita.
 

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