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Febbre a 90° - La religione del calcio


23.04.2010 - Adele Giacoia

 Gran folla che avanza a fatica in un corridoio, un uomo con un biglietto e suo figlio che, disorientato, si affanna a seguirlo. Raggiunto il loro posto, per la prima volta, agli occhi del bambino si apre uno scenario che gli sarà fatale: un campo verde contenente un pallone e 22 zompettanti giocatori. Quello che è riuscito a rendere complici un padre e un figlio, altrimenti chiusi in un rapporto freddo e noioso, è il fantastico gioco del calcio. Il padre di Paul Ashworth lo inizia al tifo, lo fa entrare in un mondo del quale si innamorerà perdutamente e ossessivamente, al punto da fargli pensare "è complicato amare una donna quando hai sposato 11 uomini".

Il regista, D. Evans, mostra non tanto il calcio giocato, quanto l'effetto che ha su chi viene acceso dalla passione per esso. Diversamente dal libro di N. Hornby, che prende in considerazione un arco di tempo più ampio, il film si concentra sulla stagione calcistica 1988-89(quando l'Arsenal vince dopo 18 anni il campionato), acquistando forse scorrevolezza. Il bambino che è in ogni uomo trova piena libertà di manovra di fronte allo sport. La ciclicità di un campionato, la possibilità di avere una nuova opportunità di vittoria ogni anno, di sapere che si può rimediare agli errori avendo a disposizione altri 90 minuti, è un aspetto fondamentale del fascino che suscita il calcio.

La vita spaventa con le sue tante insidie. Un gioco, invece, governato da precise regole, nel quale si può avere un ruolo attivo anche non entrando in campo, affidandosi a precisi riti, con la convinzione che questi siano in grado di modificare l'andamento della partita, tranquillizza. Ma la vita non si svolge in un rettangolo erboso ed è sempre in agguato, con sorprese fortunatamente anche piacevoli.

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