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De Chirico: la mostra a Palazzo delle Esposizioni (Roma)


31.05.2010 - Diana Milea

L’artista, rappresentante incontrastato di questa linea poetica dei primi decenni del '900, usava dire che occorre essere ‘originari’ piuttosto che originali: invertire il vettore, dirigerlo verso il passato, a patto di non evocarlo in modi pigri e conformi, ma discontinui, incrociando tra loro stili diversi in un coraggioso eclettismo.
L’artista metafisico ha l’obbligo fondamentale di fornire significati (immagini di oggetti) di piena, abbagliante evidenza, ricavati dalla realtà che lo circonda nella vita di ogni giorno.
La carica fantastica che egli dovrà attribuire agli oggetti però, non deriverà dalla deformazione, bensì dallo ‘spostamento’.

         

Sarà come se questi oggetti li vedessimo per la prima volta perché spostati dal loro contesto abituale. Alcuni elementi si troveranno isolati all’interno della scena, combinati tra loro in modo arbitrario, spesso illogico, densi di riferimenti simbolici.
Solitudine, silenzio, fughe prospettiche, illusioni spaziali, ombre nitide stampate su lisci selciati, portici d’ombra, volumi netti, statue solitarie e talvolta una forma di vita. Tale è il clima delle immagini dechirichiane, dei suoi ‘enigmi’, delle sue ‘malinconie’, delle sue ‘torri’.
E allora facciamoci rapire dai paesaggi assolati e deserti in cui capeggiano arcate e architetture e dove solitarie locomotive si stagliano all’orizzonte.
Dopotutto il termine ‘metafisica’ può essere letto proprio come al di là della fisica, ovvero come l’intenzione di leggere la natura profonda e nascosta del mondo.

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